Pagata per non lavorare: caro assessore, mi aiuti!

Una quasi dirigente del Rizzoli scrive a Lusenti
Confinata da 20 mesi in Radiologia a far nulla

Ai tempi della spending review, dei tagli lineari e della lotta ai «fannulloni» veri e presunti nella pubblica amministrazione, all’assessore regionale alla Sanità Carlo Lusenti è arrivata un’email per lo meno insolita: «Da un anno e otto mesi non mi viene assegnato alcun tipo di incarico all’interno dell’Azienda per la quale lavoro e continuo a percepire uno stipendio che non mi è data la possibilità di guadagnarmi». Insomma, chi scrive vorrebbe lavorare ma, dice, «non me lo consentono, così mi pare quasi di rubare lo stipendio. Sa, sono una persona attiva, ho sempre lavorato».

È una dipendente dell’Istituto ortopedico Rizzoli, entrata quasi vent’anni fa come tecnico di radiologia e giunta alla soglia delle posizioni dirigenziali, cioè al livello più alto (Ds) delle qualifiche di chi è senza laurea. Lei, Paola Pollastri, 50 anni, una laurea quinquennale in Scienza delle professioni sanitarie da qualche anno ce l’ha, più master vari in materia sanitaria dalla Bocconi alle università di Siena e di Ferrara, quest’ultimo di secondo livello, paradossalmente pagato dall’amministrazione per una spesa attorno ai novemila euro. Buttati al vento, come lo stipendio di 1.500 euro netti al mese (al minimo della qualifica) pagato regolarmente alla dottoressa Pollastri. La mattina va in ufficio e non fa nulla: «Arrivo al Rizzoli tra le 8.30 e le nove, entro nello studio al servizio di Radiologia, vicino a quello del primario, accendo il computer e studio. Passano persone, colleghi che ovviamente sanno tutto, faccio due chiacchiere, prendo il caffè. Insomma devo far passare 7 ore e 12 al giorno… Se va avanti così finisco in mezzo al corridoio, o magari nel parcheggio del Rizzoli con un cartello al collo. Francamente mi sento in colpa», racconta, senza mai parlare di mobbing. Certo è ferita, «ma quello che mi colpisce è lo spreco». Tanto da rivolgersi all’assessore che ha il compito di far quadrare i conti della Sanità emiliano-romagnola.

Al «preg.mo dr Lusenti» ha scritto, forse con un pizzico di ingenuità, che avrebbe «urgente necessità di conferire informalmente, anche solo per 10 minuti, consapevole che il periodo pre-elettorale la vedrà carico di impegni. Ho atteso pazientemente che la situazione si sbloccasse e numerosi sono stati gli incontri con i vertici aziendali ma la situazione di stallo persiste». Lusenti, almeno fino a ieri, non l’ha incontrata. Però deve averla presa sul serio, o almeno dev’essersi incuriosito di fronte a una dipendente che quasi implora di poter lavorare, al punto da farla chiamare da un suo incaricato, il 4 febbraio, a poche ore dalla ricezione della mail. «Molto gentile — racconta Paola Pollastri —, mi ha detto che non è una questione di competenza del dottor Lusenti e che dovrebbe risolversi all’interno dell’Istituto. Io ho risposto che ci ho provato per un anno e otto mesi e lui ha commentato che è una vergogna».

Un anno e otto mesi fa, ricorda ancora, «andò in pensione il dottor Stefano Galletti, fino ad allora lavoravo con lui al coordinamento della scuola di ecografia di cui era responsabile, con delega alla qualità e all’accreditamento, alla formazione ai trial clinici». Lei è rimasta a non far nulla. «Prima ancora ero responsabile assistenziale dipartimentale, cioè avevo un ruolo gestionale, manageriale, relativo alla gestione del personale non medico». Quando le tolsero quel ruolo quasi dirigenziale di responsabile del personale fece causa, ha vinto nel 2011 e le hanno pagato un indennizzo ma senza reintegrarla. Un’altra volta ha impugnato l’assegnazione di una posizione analoga a un collega privo di titoli, vincendo di nuovo. E di recente ha respinto, con l’aiuto dell’Ugl, un «nuovo tentativo di demansionamento, volevano rimandarmi a fare il tecnico di radiologia, quello che facevo fino al 2000». Nei corridoi del Rizzoli tutti conoscono la sua storia: «Era bravissima, arrivò al massimo della carriera di tecnico, ma certo ha un carattere difficile…», dice qualcuno. «Non mi saluta più, non so cosa le ho fatto», si duole qualcun altro. Pare che l’assessore Lusenti abbia parlato della questione con i vertici del Rizzoli, si vocifera di una lavata di capo per chi non avrebbe saputo gestire una faccenda certo delicata ma non impossibile. L’assessore e il direttore generale del Rizzoli Giovanni Baldi, ieri sera, hanno preferito non rispondere.

Fonte: Corriere di Bologna

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