Che cosa è il Mobbing

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Il termine “mobbing” trae la sua origine dalla lingua inglese e, nello specifico, dal verbo “to mob”, che significa “attaccare, assalire, accerchiare” (Dizionario Garzanti di Inglese, 2000).

Il vocabolo venne utilizzato inizialmente in campo etologico per descrivere il comportamento di alcune specie di animali che circondano un proprio simile e lo assalgono rumorosamente in gruppo al fine di allontanarlo dal branco.

L’etologo austriaco Konrad Lorenz condusse, agli inizi degli anni ’70, una serie di studi sui rapaci riguardo al fenomeno in questione, definito “assalto collettivo”, e fu in grado di comprendere che l’azione è giustificata da una volontà di difesa del territorio e del gruppo di appartenenza. Nel caso di Lorenz tale fenomeno assume dunque una valenza positiva.

Il primo ad utilizzare il termine “mobbing” con un’accezione negativa fu il medico svedese Peter Paul Hainemann nel 1973, il quale lo scelse per circoscrivere una forma di comportamento distruttivo e vessatorio, messo in atto, in ambito scolastico, da un gruppo di studenti verso un proprio compagno, condotta che oggi
riconosciamo come “bullismo”.

Fu infine Heinz Leymann, psicologo del lavoro di origini tedesche, dopo aver condotto dieci anni di studi (1974­1984) in Germania ed in Svezia, ad importare il termine nell’ambito della psicologia del lavoro, mettendo in luce un’analogia tra l’aggressività degli uccelli e la prepotenza manifestata da alcuni lavoratori nei confronti di altri. Leymann fu il primo a interpretare il fenomeno del “mobbing” come un’ azione – o una serie di azioni ripetute – di terrorismo psicologico, volte alla distruzione della vittima prescelta attraverso una serie di iniziative vessatorie sistematiche e persecutorie sul luogo di lavoro.

Fu un allievo di Leymann, lo psicologo del lavoro Harald Ege, ad introdurre lo studio del fenomeno in Italia nel 1995 e a costruire un modello teorico che potesse adattarsi alla realtà culturale del Paese.

Ai fini di circoscrivere adeguatamente la fenomenologia del mobbing, è opportuno riportare qui di seguito la definizione, ampia e dettagliata, che Ege ne ha dato nel 2001: “Il mobbing è una guerra sul lavoro in cui, tramite la violenza psicologica, fisica e/o morale, una o più vittime vengono costrette a esaudire la volontà di uno o più aggressori. Questa violenza si esprime attraverso attacchi frequenti e duraturi che hanno lo scopo di danneggiare la salute, i canali di comunicazione, il flusso di informazioni, la reputazione e/o la professionalità della vittima. Le conseguenze psicofisiche di un tale comportamento aggressivo risultano inevitabili per il mobbizzato” (Ege, 2001).

Nel 2001 l’ISPESL (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro) ha definito il mobbing come una “forma di violenza psicologica intenzionale, sistematica e duratura, perpetrata in ambiente di lavoro, volta alla estromissione fisica o morale del soggetto/i dal processo lavorativo o dall’impresa”.

Nello stesso anno l’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro partendo dal presupposto che “non c’è una definizione univoca di mobbing” propose la seguente descrizione del fenomeno: “Il mobbing sul posto di lavoro consiste in un comportamento ripetuto, irragionevole, rivolto contro un dipendente o un gruppo di dipendenti, tale da creare un rischio per la salute e la sicurezza.”

Inoltre l’Agenzia ha specificato che il “rischio per la salute e la sicurezza” include anche il rischio alla salute mentale o fisica del lavoratore dipendente e che “Il mobbing spesso implica uno sviamento o abuso di potere, nel qual caso la vittima del mobbing può incontrare difficoltà nel difendersi” (Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro 2002).

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